“Se non paghi il prodotto, allora il prodotto sei tu”

The social dilemma

L’inverno rendeva la marcia città che si trovava alle pendici del colle Erebonio, di per sé una enorme cloaca che raccoglieva per gravità le deiezioni che le arrivavano da sopra, ancora più brutta e insignificante del solito.

Non che in estate il panorama fosse migliore. Le ondate di calore che emanavano asfalto, cemento  e onnipresente calcestruzzo erano proverbiali sin dalla fondazione in età fascista, tanto che qualcuno diceva, scherzando, che quel calore arrivava per direttissima dall’inferno.

Era una città dormitorio che si era ingrandita negli anni, come una metastasi purulenta, diventando centro nevralgico a livello amministrativo e medico di un vastissimo territorio. La gente andava e veniva e, per quanto possibile, non restava.

Lungo la periferia, quadrata come la città che cingeva, erano nati enormi edifici che inglobavano officine, negozi, uffici, distributori di benzina, bar e ristoranti e una miriade di supermercati che si contendevano, sino all’ultimo centesimo, le tasche dei consumatori.

C’era chi diceva che quella città fosse senz’anima. Chi invece era convinto che l’anima l’avesse, ma nera. E irrimediabilmente perduta.

Alcune persone, ogni anno, perlopiù giovani, sparivano letteralmente nel nulla. Si diceva che “Erebonio le aveva inghiottite. E ciò che Erebonio prende, non ritorna”. E accadeva sempre nella notte di Halloween, che era diventata parte del folclore locale, anche se c’entrava poco o nulla con le tradizioni autoctone. Ma tant’è, fai oggi e fai domani, ecco comparire dolcetto e scherzetto, ragnatele, streghe, demoni, motoseghe ammazza cristiani, morti viventi, sbudellamenti e tutto il pacchetto assortito a stelle e strisce. Mancavano giusto quelle schifezze dei marshmallows da abbrustolire al fuoco e sembrava davvero di essere yankee.

Nel frattempo, quella notte diventava sempre più sinistra di anno in anno. E forse anche per questo, visto che nei giovani c’è la forza incoercibile di fare qualcosa di vietato o rischioso, quelli continuavano a uscire a Halloween. Senza dimenticare la naturale e sacrosanta voglia di fare baldoria, ad onta di tutto e tutti.

E poi, cosa poteva accadere se si andava in un locale, pizzeria, bar, discoteca in compagnia?

Le forze dell’ordine brancolavano nel buio. Negli anni non erano neanche riuscite a identificare un possibile sospettato e i sindaci che si succedevano non facevano altro che tappezzare le vie della città di avvisi sul pericolo che ci fosse in giro un maniaco o un serial killer, soprattutto in quel periodo dell’anno. Il che creava un curioso cortocircuito, perché sembrava far parte delle macabre messe in scena proprie di Halloween.

L’Enobar era uno dei locali di più recente apertura, circa una decina d’anni, ma che aveva rapidamente riscosso un notevole successo. La specializzazione era, soprattutto, come si poteva evincere dal nome del locale, quella della degustazione dei vini. Ma non mancavano un’eccellente pasticceria artigianale, un sopraffino bar con tisane e caffè dal gusto ineguagliabile e dalla misteriosa ricetta, poiché non appartenevano a nessun produttore conosciuto, e anche la possibilità di mangiare qualcosa di sfizioso. Non costava poco, ma offriva qualità incomparabile. E quindi ci andavano un pò tutti per sentirsi di “tendenza”. O meno sfigati.

L’Enobar non era diverso, in altezza, dai grandi centri commerciali che lo precedevano, attaccati l’uno addosso all’altro, ma non molto alti. Tanti e tozzi, che creavano una lunga passeggiata del consumismo di circa un chilometro.

Era l’ultima escrescenza di un lunghissimo rettangolo multicolore. Dopo esso, una enorme rotatoria che portava verso il centro ferroviario/bus o verso l’autostrada, lontano dalla città che sembrava tutta uguale da quanto era monotona.

Ma l’Enobar no. Era bianco, di un bianco che oscillava dal grigio al cangiante. Dentro, il bar vero e proprio era di legno color ebano, così come sedie, tavoli e porte, mentre i muri anch’essi di quel bianco che si trovava all’esterno con quelle stesse gradazioni, erano composti da tante piccole mattonelle  sporgenti e sbeccate effetto vintage, come marmo consunto.

Giravano voci incontrollate sul o sui proprietari del locale. Nessuno li aveva mai visti. E i dipendenti glissavano abilmente l’argomento rispondendo laconicamente che erano vincolati al segreto professionale, pena il licenziamento. Ciò non faceva che aumentare la curiosità verso la struttura, dandole un alone misterioso, come per i misteriosi fornitori di tisane, caffè e tè.

L’Enobar era riuscito a sfondare anche perché organizzava feste a tema tutto l’anno e, soprattutto per Halloween, una super serata particolare. In pratica gli avventori che fossero arrivati a partire dalle 22, e che si fossero fermati almeno sino alle 24, quando scoccava la fatidica notte, avrebbero potuto consumare liberamente ciò che volevano. I posti gratis disponibili erano 20 e chi prima arrivava, prima se li accaparrava.

Giorgio, Alfredo, Barbara e Giulia non ci credevano! Dopo diversi anni andati a vuoto, rientrando a casa con le pive nel sacco, c’erano riusciti. Si erano piazzati lì sin dalle 14. E… finalmente, alle 22, un energumeno enorme, in livrea rigorosamente nera, pantaloni e maglioncino elasticizzato a lupetto, con scritta bianca all’altezza del cuore ,“Enobar”, li aveva fatti entrare. C’erano già stati all’Enobar, chi non c’era stato nei dintorni almeno una volta, per dire di esserci stato? Ma far parte di quei pochi fortunati che potevano dire di esserci andati gratis… bé, era tutta un’altra storia…

I ragazzi furono accolti da una gentilissima cameriera, anch’essa rigorosamente in nero, pantacalze e maglioncino a lupetto, scritta d’ordinanza appuntata sul seno prominente, in volto una semplice mascherina nera alla Zorro che lasciava intravvedere un colorito pallido, occhi di un celeste slavato e labbra rosso vivo.

La donna indicò loro il tavolo riservato ai fortunati della serata di Halloween con un eloquente gesto del braccio destro e un grande sorriso per poi aggiungere:“Siete voi i fortunati quest’anno, godetevi la serata!”

Il locale non era ancora pieno, c’erano circa metà posti della sala, non grandissima, ancora liberi. Piano piano si riempì di persone.

E mentre passavano i minuti, un curioso fenomeno: la luce diventava sempre più tenue e soffusa.

Le due coppie fortunate si gustarono vini, dessert e altre prelibatezze senza freno.

Mentre parlavano, ogni tanto Giulia dava un’occhiata. Era una sua “deformazione professionale”. Si stava laureando in scienze politiche, voleva fare la giornalista, collaborava già per qualche piccola testata web, e sapeva che la curiosità è una delle armi fondamentali nel bagaglio professionale di un giornalista.  A lei, comunque, osservare tutto e ricordare ogni minimo particolare veniva naturale.

Mentre osservava il locale nel suo insieme con il potente scandaglio della sua viva curiosità per poi dirottare lo sguardo verso tutte quelle persone, cominciò a notare una strana costante.

Non poteva essere magari il fatto che fosse leggermente su di giri per uno Spritz di troppo?

Voleva essere certa di non aver preso una clamorosa topica a causa dell’esuberante tasso alcolico. Così, ad un certo punto diede una leggera gomitata a Alfredo, il suo ragazzo seduto al proprio fianco destro, e confabulò fitto fitto con lui a bassa voce.  Quel leggero colpetto con il gomito era il loro messaggio in codice per comunicare qualcosa che doveva restare rigorosamente riservato.

“Non so te, ma io sento un’atmosfera strana… e poi questa gente, chi l’ha mai vista?”

“Ossignore, e cosa vuoi che sia, devi sempre avere gli occhi che vanno su e giù e notano particolari irrilevanti, di cosa poi ti dovresti preoccupare? Non siamo venuti qui per fare un articolo Giulia, ma per divertirci…

“Si, chiaro, però… ma le hai viste quelle facce? No dico, hai visto che colore smunto hanno? Sembrano passati nella varechina!

Alfredo fece per ribattere di nuovo, ma non voleva bisticciare con la ragazza.

Alzò gli occhi e diede un’occhiata svogliata, giusto per far vedere alla ragazza che almeno, un pochino, l’assecondava. Sennò poi sai per quanto quella ti teneva il broncio…

E restò di ghiaccio.

La sua ragazza aveva ragione… Quelle facce sembravano tutte provenire da uno stesso luogo, tipo una ghiacciaia di quelle enormi dei supermercati.

Un leggero brivido, che però non sapeva imputare esattamente a cosa, cominciò a corrergli per la schiena.

Con fare dimesso, avvicinò la sua faccia a quelle dell’altra coppia, dopo aver avuto il via libero dalla sua ragazza, e illustrò loro cosa lui e lei avevano notato. Sempre parlando a bassa voce, anche perché la musica in sottofondo non era poi così forte e il brusio degli altri avventori sembrava attutito, quasi silenziato.

Cazzo se erano strani gli altri ospiti. Tutti strani, eccetto loro..

Erano strani, e non si poteva non notarlo… sembravano usciti da chissà quale luogo nascosto, gente che non avrebbe preso il sole manco a pagarla. Diafani, efebici, con accennate le vene blu in alcuni punti del viso e del collo. Il volto sembrava quasi marmoreo, senza vita, se non fosse per gli occhi per la maggior parte celesti o grigi che si muovevano veloci, e la bocca che parlava. Ma sembravano, come dire, posticci, una aggiunta su qualcosa di inanimato.

E la sensazione era oltre modo straniante.

Non avevano mai visto quelle persone. Ma da dove diavolo venivano?

Troppi per essere dei turisti… qualche comitiva? No, impossibile… fare i turisti nella città dormitorio, per giunta nella notte di Halloween? Ce n’erano di posti da vedere e di certo la grande  e marcia città non era in cima alla lista delle cose imperdibili da vedere prima di morire.

“Ragazzi, tutto a posto?!”

Ascolta il racconto in versione podcast!

La domanda giunse dalla cameriera di prima, quella che li aveva accolti. E, stranamente e sinistramente, ora sembrava una voce metallica, quasi senza sentimento, come quella di un sistema automatizzato o di qualche intelligenza artificiale con l’algoritmo che spezzetta e mette assieme vocali e consonanti.

Sembrava quasi un’accusa, quella frase apparentemente innocua…

Giorgio, bello in carne, si affrettò, diventando rosso in volto, a dire, quasi per voler sgombrare il campo da ogni equivoco…

“Si… si, ci stiamo giusto un pochino rilassando, ma se fosse così gentile da portarci la carta dei superalcolici, insomma per il bicchiere della staffa, sa com’è…”

“Ma certo, ma non vorrete andare proprio via ora… siete nostri ospiti spesati sino a mezzanotte, e mancano ormai pochi minuti…”, replicò la cameriera con un sorriso posticcio in faccia.

“Assolutamente no, aggiunse Barbara, aggiustandosi i lunghi capelli biondi lisci con la mano destra impreziosita da diversi anelli, ma vorremmo assaggiare qualche rum o whisky particolari”

“O, ma certo, vado e vengo in un battibaleno”.

Ora, la cameriera sembrava essere tornata ad una voce “empatica”, come se avesse scongiurato un pericolo imminente.

“Cazzo, non so voi, ma questo posto ora comincia a darmi i brividi… a mezzanotte e un minuto ce ne andiamo, così evitiamo di pagare tutto quello che ci siamo mangiati e bevuti… non un minuto di più…” disse Barbara sottovoce agli altri.

Infatti, nella serata speciale c’era una postilla importante. Se i fortunati prescelti, per un qualsiasi  motivo, se ne fossero andati prima di mezzanotte, avrebbero dovuto pagare tutto quanto avevano consumato. Già l’Enobar era caro di suo, figuriamoci se si mangiava e beveva come se non ci fosse un domani…

E, finalmente,  arrivò il rintocco della mezzanotte.

Curiosamente, prima non avevano sentito orologi che scandissero le ore.

DI certo qualche effetto acustico per rendere l’atmosfera più “macabra”…

Le luci scesero ancora di intensità.

Si fece un improvviso silenzio.

I ragazzi si resero conto di essere osservati da decine di occhi piccoli e stretti, come fameliche fessure.

Tutti gli altri che erano lì dentro. Eccetto loro.

Erano letteralmente circondati.

E quegli occhi… esprimevano lussuria, brama, possesso… si facevano piccoli e concentrati su di loro. Sembravano essere anch’essi leggermente luminosi nella penombra, come tante lucciole inquietanti…

Arrivò la cameriera portando la carta dei superalcolici.

“Scusate il ritardo… ecco qua!”

Poi mise una mano sulla spalla di Alfredo. Quello se la fece sotto dalla paura, tanto che neanche diede un’occhiata alla carta dei superalcolici… la mano infatti non solo era congelata come se fosse proprio di ghiaccio, ma aveva delle unghie lunghissime che prima non aveva notato… Alfredo, alzando la testa verso la sfrontata cameriere, vedendola dal basso verso l’alto, non potè fare a meno di notare che, dal labbro superiore, sembravano spuntare delle piccole punte bianche!

Cazzo, i canini?

Barbara prese il telefonino per cercare di chiamare qualcuno.

Mentre armeggiava con il display touch… dannazione! Si dimenticava sempre che in quel locale non prendeva nessun telefono… una cosa curiosa ma risaputa. I camerieri avevano spiegato che i misteriosi proprietari (di cui non potevano dire alcunché) avevano deciso di importare per le pietre dei muri quelle di vecchi ruderi che venivano da non so quale parte dei Balcani, per dare un effetto più “vintage” al locale. Ma i vecchi muri in pietra avevano lo sgradevole problema di essere molto spessi e di impedire il segnale dei ripetitori degli smartphone…

Giorgio si fece forza: “Ci sentiamo osservati, come mai ci stanno guardando tutti?”

Alfredo rafforzò il concetto: “Bè, si in effetti è curioso…”

Come se fosse uscito da un buco spazio temporale, si intromise in quella curiosa scenetta un signore molto alto, vestito con un abito nero sartoriale di invidiabile eleganza, un volto affilato e un collo sottile, capelli lunghi e lisci, sino alle spalle. L’uomo, senza essere stato “invitato”, si imbucò nella discussione e disse, con un modo di fare teatrale: “Si, siamo dei sopravvissuti, e per questo dobbiamo ringraziare voi… oh, lo so cosa vi state chiedendo, lo so, fa lo stesso effetto a tutti gli umani la prima volta che ci vedono… sapeste quante cose hanno visto questi occhi, sapeste da quanti secoli camminano queste gambe e si agitano queste braccia…”

La cameriera sorrise bonariamente, scoprendo maggiormente quegli aguzzi canini che riflettevano, scintillando, la fioca luce e che ora parevano lunghi  in modo abnorme…

“O, schiocchini, ora tocca a noi.. non lo avevate capito? Siete voi il drink speciale della serata!”

All’esterno, la grande scritta Enobar cominciò a tremolare… e la grande N, sembrava ora, curiosamente, una M.

Si sarebbe potuto dire che il nome del locale non fosse più Enobar, ma Emobar…

 

© Mariano Froldi 

Questa è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, istituzioni, luoghi ed episodi sono frutto dell’immaginazione dell’autore e non sono da considerarsi reali. Qualsiasi somiglianza con fatti, scenari, organizzazioni o persone, viventi o defunte, veri o immaginari è del tutto casuale.

Mariano Froldi | Autore e Podcaster

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