Canali
Il canale in pietra attraversava la collina per almeno un chilometro. Visto dall’alto sembrava un serpente addormentato che a metà della sua lunghezza si torceva di novanta gradi per poi continuare bello dritto e infine fare una nuova torsione, dopo un tratto simile al primo e, come quello, molto lungo, che descriveva quella che poteva sembrare una grande C.
Da lì si perdevano le sue tracce, anche se poco più avanti, proprio sulla sommità del cocuzzolo, forse quattrocento metri più in altro, quando pioveva si formava una specie di enorme polla, un piccolo lago artificiale. E non si riusciva a capire se quella polla fosse naturale o causata da qualche maldestra operazione umana (costruzioni e recinzioni abusive e via discorrendo). C’era chi raccontava che il tizio ricco sfondato, senza alcun permesso, aveva costruito dei muri dove non si potevano costruire e aveva tappato il normale corso finale di quella C, ben conscio di poterla fare franca proprio per le sue aderenze politiche. Vai a sapere dove sta la verità quando di mezzo ci sono le voci…
Questo canale a forma di “serpente” si poteva ovviamente vedere, nella sua interezza, solo dall’alto, utilizzando le mappe satellitari che si potevano visualizzare, ormai, anche su smartphone da poche centinaia di euro, tracciando poi passo passo i punti gps mentre lo si costeggiava a piedi. Ah, la tecnologia, bellezza! Ma in terra, camminando… era tutto un altro paio di maniche. Intanto… la domanda per gli appassionati cultori di storia, locale e non: chi lo aveva costruito? Era evidente che ci fossero almeno due o tre mani, diciamo così, che lo avevano messo in opera. Di certo, era stata un’opera di canalizzazione intelligente per le piogge che potevano tempestare l’isola della Libertà, quel curioso impasto di persone e luoghi, non solo in inverno, ma talvolta anche a metà agosto, quando poteva arrivare il classico breve acquazzone che segnava la parte finale dell’estate e che allagava e intasava mezzo mondo per l’intensità delle piogge.
I vecchi, tempre d’altri tempi, ne ingegneri ne matematici, sicuramente avevano studiato il decorso delle acque e lo avevano assecondato per evitare danni devastanti ai terreni che amavano coltivare. Gira che ti rigira, si torna sempre lì: senza agricoltura (e vino), niente civiltà, altroché! Invece, nel mondo pieno di progresso dei tempi contemporanei, non era così importante cercare di “rispettare” la natura e il prossimo, e così ecco villette abusive dove non ci sarebbero dovute essere, le leggende passate di bocca in bocca di cui sopra, canali di scarico delle acque mezzo “tombati” o con il corso deviato o ristretto.
E quando arrivava il maltempo, i danni erano incalcolabili. E non si poteva dire che non fossero previste, diamine! Perché se arriva l’inverno, prima o poi piove. Il canale “di scarico” di cui stiamo parlando, non segnalato neanche nelle cartine geografiche era a suo modo un piccolo grande mistero. I primi coloni che avevano felicemente abitato l’isoletta a partire dai primi decenni del millesettecento, arrivavano da un’altra isoletta africana. Forse era più corretto definirla un grande scoglio.
Al quale erano giunti, e poi erano fuggiti, tre secoli addietro, da emigranti liguri. Quando erano arrivati lì, su quella che sarebbe stata la loro nuova felice patria, in avanscoperta, mappando sommariamente quelle terre disabitate e incolte, avevano tuttavia trovato diversi resti che, inevitabilmente, richiamavano ad epoche molto più lontane: una chiesina semidiroccata che era stata eretta nel medioevo (le lapidi con incisioni latine non lasciavano dubbi) e poi altri manufatti certamente romani, e certamente fenici, e altri di civiltà poco conosciute e assai misteriose. E, ancora, avevano trovato diverse opere idrauliche, che oggi potremo definire di salvaguardia ambientale che portavano i torrenti che si formavano nelle stagioni autunnali e invernali (non c’erano veri e propri fiumi) verso il mare, evitando quindi allagamenti generalizzati. Per farla breve, l’isola della Libertà era una puttana bella che aveva accolto nei secoli solo amori fugaci, per la sua posizione perfetta nel Mediterraneo, sino a quando non erano arrivati questi reietti semiliguri che le si erano legati per sempre.
Ma torniamo a quel canale senza nome che non era stato opera di una sola “mano”. Percorrendolo a piedi si poteva vedere utilizzo differente delle pietre, altezze diverse e larghezze diverse. Se si partiva dal basso, dalla sua foce, diciamo così… era largo appena per poterci camminare e arrivava a metà ginocchio di un uomo… ma salendo, a parte le zone in cui era stato malamente deturpato dall’avidità umana, diventava sempre più alto e largo, e le curve delle sue sponde in pietra avevano una bellezza geometrica che solo una mano davvero esperta aveva potuto fare e che non era la stessa degli ultimi tratti, più rozzi e meno raffinati.
Ci potevi camminare dentro, con le anche che sporgevano a malapena, e sembrava che un bravo pittore le avesse dipinte armoniosamente, quelle curve. Poi, in alto, ad un certo punto quel canale si infilava chissà dove e si perdeva in quella specie di lago temporaneo di cui s’è parlato, che si poteva osservare solo quando arrivavano le piogge e duravano almeno qualche giorno… nel periodo di ottobre, novembre, arrivando sino a marzo. In uno dei primi consigli comunitativi (una sorta di consigli comunali ante litteram) il cui resoconto, assieme ad altri, era custodito gelosamente nel Comune cittadino, i rappresentanti della neonata comunità parlavano appunto di queste opere trovate e si accennava ad alcuni altri canali per le piogge torrentizie, genericamente detti, ma non se ne precisava la posizione. E forse quel canale di cui abbiamo parlato ne faceva già parte…
Pietre Mariano aveva ereditato mezzo ettaro, circa 5000 metri quadrati di terra così buona che gli anziani dicevano che “il Signore ci aveva camminato scalzo”. E sul suo terreno, da un lato del muro perimetrale, se si guardava verso la strada provinciale alla sinistra (e viceversa) c’era quel canale che andava a sbucare in una cunetta, che a sua volta si collegava alle Saline e poi, infine, al Mediterraneo. E al mondo. Quanto erano stupidi i vecchi, a perdere tempo e fatica a tenere belli puliti gli argini di canali e cunette.
Eh sì, loro non avevano capito proprio nulla… La terra che aveva ereditato, sessant’anni prima era un deserto brullo, solo terra non troppo nera e sabbiosa che tanto ne pioveva e tanto ne filtrava via. A vederla diventare un acquitrino ci voleva tanta, ma tanta di quella acqua che, nel corse di cento anni, era capitato si e no dieci volte. Il padre Biagio, che a sua volta aveva ereditato quel mezzo ettaro da un vecchio zio, da giovane, ma che aveva potuto cominciare a coltivarlo dopo la seconda guerra mondiale (cui aveva partecipato come soldato) ci si era messo d’impegno a valorizzare quella terra. E con una fatica sovrumana l’aveva trasformata in un piccolo angolo di paradiso. L’unica cosa che aveva trovato era una piccolissima casupola in pietra, quel canale e degli alberi di melograno che lo costeggiavano.
Chissà da quanto tempo erano lì, muti e silenziosi custodi e protettori di quel serpente che restava in secca per la maggior parte dell’anno, ma quando le piogge arrivavano potenti e copiose… allora faceva il suo lavoro. Biagio ci si era mezzo di buzzo buono, e mentre i suoi coetanei invecchiavano, lui ringiovaniva. Più si dedicava a quella terra e più gli si allungava la vita. E piantava alberi, e costruiva una casa, e metteva su muri di recinzione, cancello, e ci coltivava di tutto. Erano passati i decenni, gli alberi di melograno erano rimasti uguali a se stessi nel ciclo delle stagioni. Il terreno aveva ospitato e ospitava moltissimi alberi: limoni, aranci, peri, fichi, fichi d’india, gelsi, una vigna (che tuttavia poi era stata abbandonata a se stessa ed era morta), una casa, un piccolo viale in cemento e un piazzale. Senza dimenticare la vecchia casupola di cui s’è detto e che il padre, negli anni sessanta aveva un pochino rimesso a posto.
Quando Mariano aveva ereditato il terreno, 45enne, parte del canale secolare era scomparsa, sommersa dall’incuria e dalla terra e da quella maledetta malerba, la gramigna, il cadone che tu ci sputi l’anima per cacciarla, ma quella ritorna. Sempre. A malapena li vedevi, i melograni secolari. Mariano aveva questa spinta viscerale a riparare, conservare, riportare in luce, restaurare. Non sapeva da dove gli venisse questa attrazione “morbosa”. Se avesse creduto alla reincarnazione, avrebbe certamente pensato che qualche vita precedente reclamava la giusta attenzione per le cose del passato, perché era un peccato non riparare qualcosa che poteva essere riparato, e gli oggetti antichi avevano una bellezza unica che derivava dall’essere stati fatti da mani abili, inevitabili e affascinanti testimoni del tempo.
Mariano voleva ripristinare quel canale. Anche per un motivo pratico. Se non scaricava l’acqua della collina, si allagava il suo terreno e quello dei vicini. C’era, come sempre nelle cose di Mariano, un lato romantico e un lato eminentemente pratico, pragmatico. Unire l’utile al dilettevole, il bello al pratico. Il cuore alla ragione. E talvolta era un casino viverci, con quella testa. Canale da risistemare. Detto e fatto. Partendo dalla parte che ancora era intera, una gru si era mossa in direzione della strada provinciale, andando a ritroso lenta come una tartaruga per rintracciare e ritracciare l’antico solco con la benna e i suoi denti aguzzi. Erano riemerse una miriade di pietre, in buona parte le spalle dell’antico canale, oltre a quelle già presenti e poi, verso la fine di quei centotrenta metri, dai lati, erano usciti fuori certi lastroni che mai ci si sarebbe immaginati. Mariano un poco ci fantasticava su quei rettangoloni sbozzati, che lui proprio non ricordava. E dire che ogni estate non era tale se non la si passava nella casa di campagna.
Ricordava di quando andavano a fare i “bambucci” nel letto del canale, poco dopo la pioggia e poi la madre li faceva “spurgare” e poi li cucinava nella pentola Erano una delizia. Ma ora Mariano non mangiava più le lumache, gli dispiaceva. E più invecchiava, più non sopportava (e neanche sapeva il perché) vedere animali sofferenti. O immaginarli tali. Quei grandi massi, assai simili fra di loro, gli accendevano lo sghiribizzo della fantasia. Il babbo non c’era più. Chiese agli anziani, ai parenti, a chi lì c’era bazzicato decenni prima, se avessero visto l’uso di quei massi rettangolari. Riuscì a capire che, molto probabilmente, erano gli ultimi tratti di quel canale. Erano pietre scabre ma bellissime, avevano una loro maestosità… e si vedevano chiaramente i segni del lavorio dell’uomo, i colpi di piccozza o un arnese similare, chissà quanto tempo prima…
Una volta che tutta quella terra fu smossa… si trattava di risistemare il canale. Mariano chiamò un compagno di scuola, dei primi anni delle scuole superiori, uno che non aveva avuto molta voglia di studiare. In paese lo chiamavano Bob Rasta. E non è che ci voglia molto a capire perché. Amava Bob Marley e portava i capelli come il noto e compianto cantate. Un cumulo enorme di capelli in un fisico alto un metro e novanta, longilineo, che lo rendeva, vivente, un personaggio da fumetti. Sempre perennemente in cerca di soldi, non si può dire che fosse un buon economo ma aveva certamente contribuito alla lotta contro la denatalità, anche se con più donne, particolare che forse un tempo lo avrebbe additato al pubblico ludibrio. Bob Rasta aveva due doti che tutti gli riconoscevano nell’isoletta: era bravissimo con le pietre e il sassofono. Faceva dei lavori, con le pietre rosa e gialle e grigiocelesti di quelle parti da lustracisi gli occhi, tanto erano belli, precisi e artistici. Proverbiali, poi, erano i momenti di pausa del nostro.
Ogni tanto si fermava, si preparava una sigaretta con cartine e tabacco, e i maglioni dicevano talvolta qualche altra sostanza, se la fumava con molta calma, e poi riprendeva a lavorare. Il telefonino, in sottofondo, faceva andare senza sosta la musica del pastafariano di riferimento. Bob fu intrigato dall’idea di ripristinare una cosa antica, che aveva anche una sua precisa utilità. Perché aveva un’anima poetica. E si mise al lavoro con un suo manovale. Fu un lavoro bestiale, soprattutto all’inizio. Bob, con una cura certosina, prima ripulì, anzi fece ripulire dal suo uomo, il vecchio canale. La gru aveva fatto il grosso, ma non poteva essere delicata come lo sono le mani di un uomo. Una volta che quel canale riemerse, su quelle basi costruì il nuovo, procurandosi pietre ovunque gli capitasse.
In pochi mesi il canale sembrò riprendere vita. Era come assistere ad una nascita. O meglio, ad una rinascita. Era come se attraverso quei muretti e quel basamento fatto di pietre rosa, gialle, grigie, sottili e larghe, un soffio di storia si fosse riacceso. A Mariano sembrava che, se interrogate, quelle pietre avrebbero potuto raccontare. E chissà quante cose avevano visto. Quando pioveva pesantemente, anche se il canale era ancora a metà, potevi vedere scorrere l’acqua che era una meraviglia, e i melograni sembravano quasi esprimere la loro approvazione con frutti enormi. Passarono parecchi mesi e Bob, sempre in bolletta, saltava da un lavoro all’altro lasciando a rilento il canale. E poi ci fu il problema delle pietre per il fondo. Che quelle per le spalle le trovavi facilmente, e le potevi aggiustare senza problemi con qualche colpo ben dato di picozza, come sapeva ben fare Bob. Ma le pietre per il fondo, sottili ma non troppo e ampie il più possibile, quelle a trovarle era tutto un altro paio di maniche…
Dopo due anni di alterni lavori e lunghe pause di Bob, a finire il canale mancavano una decina di metri, che però sembravano eterni. Le maestose pietre tirate su dalla gru sarebbero servite per l’ultimo, tratto…ma comunque mancavano almeno sette metri di “ciappue”, come i locali chiamavano le pietre per fare un lastricato. Dove reperirle era il problema. Intanto novembre bussava alle porte e, dopo un’estate e un autunno particolarmente afosi, la pioggia annunciava il suo arrivo. Bisognava fermarsi ancora una volta, mentre il canale era quasi completato. Mariano cominciava a chiedersi quanti anni avrebbe atteso prima di vedere finita quell’opera, nel suo piccolo monumentale, e che gli era costata una piccola fortuna.
Ci si era imbarcato pensando di spendere una cifra che poi, magicamente, era quasi triplicata. Ma poi ripensava alla soddisfazione di vederla finita, finalmente, di poter dire “è cosa mia”, e il resto passava in secondo piano. Non si potevano più prendere, da qualche decennio, pietre dalle vecchie cave per i soliti (validi e meno validi) motivi ambientali. Quindi bisognava, come d’altronde avevano fatto, chiedere a chi aveva necessità di disfarsi di pietre per sostituirle con mattoni e cemento. E alcuni ovviamente se le facevano pagare, altri le regalavano. Mariano e Bob avevano chiesto e preso pietre da chiunque, e ora quei dannati pochi metri bloccavano, ancora una volta, la fine di quel canale secolare quasi del tutto ripristinato che faceva lustrare gli occhi a chiunque ce li buttasse, complimentandosi con Mariano, come se materialmente il lavoro lo avesse fatto lui. E lui se ne compiaceva. L’antro 31 Ottobre. La vigilia dei Santi. La notte di Halloween che, anche in quell’isola, era arrivato con il suo carico di superstizioni cattolico irlandesi originarie e consumismo americano.
Una giornata con qualche goccia di pioggia ma tutto sommato con un clima mite e, a tratti, caldo. L’estate fredda dei morti. Mariano e Anna, la sua compagna, decisero di fare un nuovo giro là, in alto, seguendo il serpente del canale, e di addentrarsi più avanti, dove prima non erano arrivati. Per entrambi completo da trekking, a partire dalla cosa più importante: le scarpe. C’era un motivo preciso per riandare a dare un’occhiata la in alto. Bob aveva segnalato a Mariano che c’erano alcune campagne in cui si trovavano cumuli delle fatidiche “ciappue” e magari si potevano adocchiare, trattare sul prezzo, e arrivare ad avere il materiale per quelle dannate pietre mancanti, quei 3 metri quadrati e mezzo di pietre sottili e larghe per costituire il fondo dell’ultimo tratto del canale.
Bob era stato molto preciso, spiegando anche a Mariano chi viveva da quelle parti. Mariano al secondo nome si era già dimenticato chi e chi. La mattina fu impossibile andare. Decisero di farlo nel pomeriggio. Dovevano sbrigarsi perché avrebbe fatto buio poco dopo le 18. La solita scarpinata, con il tempo che sembrava, ogni volta, fermarsi quando seguivano quel percorso secolare. Qualche casa, chissà se abitata o se abbandonata, qualche vecchio box lasciato li ad arrugginire, la compagnia elettrica che aveva pensato bene di mettere un palo di acciaio di sezione esagonale, con tanto di colata di cemento alla base per portare la corrente lì, naturalmente proprio in mezzo al piccolo letto del canale. Una vegetazione che mentre si “ascendeva” diventava sempre più onnipresente.
Meno era marcata la presenza dell’uomo, più la natura si riprendeva ciò che le apparteneva. Ad un certo punto, superato il punto che avevano toccato l’ultima volta, Mariano non si ricordava esattamente da che parte doveva andare. Bob era stato preciso… ma la sua testa… E Anna era pure peggio. Avevano lo smartphone con la mappa satellitare attiva, e si confondevano pure con quella. Così decisero di continuare ad andare avanti. Non è che l’isola fosse poi così grande e, nella peggiore delle ipotesi, potevano tranquillamente tornare indietro. Poi, l’atmosfera cambiò.
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Non fu proprio di botto, ma nel giro di una manciata di secondi vi fu una totale assenza di suoni. Non vi era alcun rumore. Un silenzio che sembrava quasi irreale, come se il tempo si fosse improvvisamente fermato per chissà quale sortilegio. Non era naturale non sentire alcun rumore, alcun suono, eppure era proprio quello che stava succedendo. E poi… Era davanti a loro, all’improvviso. Non si erano mai spinti così avanti. Avevano persino superato quelle che erano le certe vestigia di un antico ponte romano, in parte collassato al centro, dove ci sarebbe dovuto essere l’arco, ma ancora molto imponente.
Eccolo, poco più avanti di quel ponte, avendolo preso di fianco. Immerso in una natura di nuovo assoluta padrona di tutto, con il muschio onnipresente che aveva ricoperto tutte le pietre presenti, dando un aspetto primitivo a tutto l’ambiente, fra pini imponenti, olivastri e altri alberi che quasi impedivano di vedere il cielo. E tutto in quel silenzio irreale. Eccolo. Non lo avevano mai visto prima, non ne avevano mai sentito parlare ma, stranamente, non avevano paura. Era davanti a loro. Un grande ammasso circolare di sterpaglie, forse rovi, vecchie e nuove, assieme a rampicanti. Formavano una massa compatta ed impenetrabile, ad eccezione di una sezione circolare, al centro, non totalmente oscura. Un buco dal quale, in lontananza, sembrava arrivare un lattiginoso lucore. Anna prese l’iPhone, attivò la videocamera e fece una foto. Poi guardò, ma nel telefonino non era rimasta alcuna foto.
Ci riprovò altre due o tre vuole, controllò il “rullino digitale” ma niente. Allora desistette guardando Mariano. Anche lui ci provò, vedi mai che l’iPhone di Anna avesse qualche problema, quella era sempre a corto di memoria sullo smartphone… Ma anche a Mariano capitò la stessa cosa. Non ne sapevano il motivo ma non se ne stupirono. Accettarono la cosa come se fosse assolutamente normale. Mariano e Anna si tennero per mano. Teneramente. E poi entrarono dentro quel tunnel che sembrava costruito dalla natura e che sembrava invogliarli. Sembrava quasi sussurrare “dai su, qui dentro non ti può succedere nulla di brutto, fidati…”.
Sotto di loro il terreno era morbido, non c’erano spine, non c’erano ostacoli nella loro camminata. E quello strano lucore aumentava progressivamente. Dopo qualche minuto, entrarono in uno spazio che aveva colori tenui. Era come se una lente deformante rendesse tutti i contorni non nettamente distinti. A dominare era il bianco. Ma no, non si può dire che fosse tutto in bianco e nero. I colori c’erano, ma erano… slavati. Non c’era caldo ne freddo. In cielo non si riusciva a vedere nulla, era tutto avvolto da quella coltre biancastra che però, ancora, non incuteva timore. Guardarono subito delle bellissime pietre.
Erano ammonticchiate a formare due piccole piramidi a destra e sinistra, come se segnassero l’ingresso in un mondo antico. Parevano messe lì apposta per suggerire di essere usate per finire quel canale, finalmente. “Anna, ma sono proprio fatte come quelle che cerchiamo, sembrano perfette…” “Dovremmo chiedere a qualcuno, ma qui non vedo gente…” Dopo una decina di metri cominciarono a vedere case e stradicciole, ma erano abitazioni assai isolate fra di loro. Case tutte in legno decisamente, per lo più verniciate e smaltate. Per quel che si poteva capire erano vecchissime… Mariano si avvicino ad una finestra con vetri irregolari, come se avessero secoli, leggermente opache. Quei vetri che si producevano artigianalmente prima e che non potevano essere perfetti come quelli contemporanei… Toccò la superficie di un lucido ondeggiante, non regolare, che deformava irregolarmente il riflesso delle dita, mentre Anna vi avvicinava il capo. Ovunque c’era un odore caratteristico… dolciastro, di cose antiche, ma non marce, un odore indefinibile.
Non del tutto però. Forse Mariano, riandando velocemente con la memoria, lo aveva sentito da una vecchia zia, Severina, quando andava con il padre e la madre a trovarla. Severina era vecchissima. Come una quercia secolare. O forse no, non era quell’odore, e i sensi lo ingannavano. Anna era stupefatta. Era tutto strano, lontano, antico. Poi videro un signore alto almeno come Mariano, circa un metro e ottanta, magro, vestito come un campagnolo. Anzi doveva essere un campagnolo o, meglio, un contadino. Mariano non riusciva a capire di che anno potesse essere quell’abito, quei pantaloni ampi, quella camicia a righe ripiegata sopra i gomiti con cura. Scarponi di cuoio duro. Da lavoro ma ben ingrassati. Mariano supponeva che il signore non ne avesse altri, o non ne avesse altri di altre fogge. Un volto antico, rugoso, occhi cerulei. Anch’egli era “sbiadito”. Parlò. “Se volete quelle pietre le potete prendere, a noi non servono, ne abbiamo così tante da queste parti…”
“Si, ci servirebbero, ma come fa a saperlo?” “O, qui vengono solo per cercare le ciappue, è sempre successo… ho perso il conto di quanti ci sono venuti qui, dalla nostra parte, da non so quanto tempo, proprio come voi e per il vostro identico motivo” rispose con semplicità l’uomo, che si tolse il cappello di paglia, fece un leggero inchino con il capo e invitò gli ospiti ad entrare in casa, allargando il braccio destro, mentre con il sinistro teneva il cappello sull’addome.
La porta a due ante, smaltata di un verde chiaro, era aperta. Da una parte si poteva notare un pomo un poco ossidato, che sembrava una grande arancia con gli spicchi ben segnati. Mariano e Anna salirono sulle assi di legno che delimitavano la casa, tutta bianca. Scricchiolavano, ma non erano marce o tarlate. Dentro, un odore diverso, non quello dolciastro di antico, ma un odore di cose golose. Davanti a loro c’era una piattaia, dipinta con smalto marrone scuro. Aveva quattro vani, con un listello intermedio in ogni vano per non far cadere le cose. Aveva delle stondature nel ripiano più basso, dove si trovava un piccolo cassetto con un pomo di ottone lucidato per aprirlo. Quel mobile era appeso al muro tramite due ferri piatti, ritorti alle estremità e messi agli angoli del piano più in alto.
“I muri sembrano quelli delle baracche antiche della nostra isola, intonacati a calce”, sussurrò Anna a Mariano, che annuì. Infatti sotto dovevano esserci delle pietre che poi venivano intonacate con la calce per uniformare i muri, ma non potevano mai essere perfettamente lineari. Le irregolarità indicavano quel tipo di “lavorazione” antica. Legno e pietre, con in mezzo probabilmente semplice terra. E calce. A terra Mariano notò delle cementine, come quelle che aveva trovato, ripulendola, nella piccola baracca secolare che aveva trovato lì, ad aspettarlo, il padre. E che lui stava cercando, ovviamente, di restaurare in modo conservativo.
Contava di una sola stanza, forse di 4 per tre metri, con un piccolo camino e un buco quadrato sotto la cappa, da cui si poteva accendere il fuoco. Quando l’aveva pulita dalla terra e le sterpaglie che l’avevano ricoperta per decenni, causa il caratteristico portone in tre parti che si era staccato dal muro, con il legno ormai quasi completamente marcito, si era stupito del pavimento. Aveva trovato cementine esagonali, di tre colori: chiare, nere e rosse messe variamente nel pavimento, per la maggior parte ormai rovinate. Di certo erano di fine milleottocento, o dei primi del novecento. La vecchia scuola elementare dell’isola della Libertà, che ora era un museo, aveva ancora quella pavimentazione, ed era stata eretta proprio in quel periodo.
Eccole lì, linde e pulite, anch’esse lattiginose nonostante i colori fossero evidenti, dentro quella strana casa. E dentro quella piattaia c’erano tanti vasi di vetro e dentro, sigillata con un pezzo di stoffa a quadri e una corda di canapa, una strana sostanza marrone. Naturalmente un marrone tenue, anch’esso slavato. Una signora, anch’essa sembrava antichissima, con i capelli raccolti da un monile in legno, li guardò e sorrise loro. Aveva un lungo abito nero, con pizzi bianchi che uscivano dal corsetto e dalle maniche. In mano aveva un altro di quei vasetti e lo andò a sistemare con cura vicino agli altri, completando la terza fila.
Ora restava solo un ripiano libero, quello più in basso. La donna, con un nuovo sorriso che tranquillizzò i visitatori, disse: “Volete assaggiare?” “Ma di cosa si tratta?” chiese Anna sinceramente incuriosita… “Non vi piacciono le sorprese?” Replicò la donna con un tono che sottintendeva che ci si poteva fidare assolutamente. Non aveva finito di parlare che arrivò un bambino, vestito con un abito anch’esso non chiaramente identificabile, ma certamente antico. Blu con fiocchi bianchi. Il bimbo avrebbe potuto avere si e no 10 anni. Portava fra le braccia un vassoio di ceramica bianca, e dentro, tagliato a fette, del pane rustico, nero, che riportava alla memoria tempi antichi. Sembrava appena sfornato, si sentiva l’odore della pagnotta appena presa dal forno a legna, non avrebbe potuto essere altrimenti, e tagliata a fette. Mariano e Anna vennero invitati a sedersi su sedie antiche smaltate di un verde opaco tenue, con il fondo di paglia intrecciata, davanti ad un tavolo di legno, di quelli di un tempo, che si usavano nei secoli scorsi, che si potevano allungare e dentro avevano un piano a scomparsa che teneva le assi che poi si sarebbero incastrate una con l’altra per allungare il tavolo, in occasione delle grandi feste. Mariano, che era un appassionato del “fai da te” e amava costruire cose in legno, non potè non notare, fra i quattro robusti piedi, una struttura messa a metà composta da due piedi e piccole assi fra di loro. Anna gli indico il tavolo per il colore. Era molto scuro. Mariano lo toccò e non ebbe dubbi. Si trattava di olio di lino, quello che si usava anticamente al posto di impregnante e vernici varie, con una mano finale di cera opaca protettiva. Sopra il tavolo c’era una tovaglia a quadretti bianchi e verde chiaro. Il bambino posò il vassoio bianco sul tavolo esattamente al centro della tovaglia. La donna, scomparsa per un attimo, tornò con un piatto che conteneva degli spalma-vivande di argento, perfettamente lucidati e puliti. L’uomo si avvicinò alla piattaia, prese uno dei vasetti, lo aprì con le grandi mani e poi lo posò sul tavolo. “Mangiatelo ora, con il pane caldo, che è il massimo… poi rischiate di non sentire tutte le fragranze…” Anna prese il coraggio a quattro mani, agguantò uno spalma vivande e lo affondò dentro il vasetto. La sostanza aveva una consistenza molto densa, e ci voleva anche una certa forza per sollevarne anche un piccolo quantitativo. Prima di spalmarla sul pane, avvicinò quella sostanza al naso e cercò di sentirne il profumo. C’era il caramello, certamente, ma anche del burro, zucchero, qualcosa di dolce ma non di esagerato. Spalmò la sostanza sul pane e poi, senza pensarci più su, assaggiò… Era come mangiare burro di arachidi, ma non era proprio così, era qualcosa di meno dolce, come se avesse anche qualcosa di salato. Mariano fece altrettanto. Per lui si trattava di un gusto simile a quello del burro salato, che si poteva degustare in alcuni gelati a lui molto graditi. Se lo gustarono tutti e due lentamente e avidamente. Era una cosa squisita. E con quel pane era la morte sua… Al tavolo si sedettero sia l’uomo che la donna, mentre il bambino si accoccolò sulle gambe dell’uomo che, evidentemente, doveva essere il padre. Anche l’uomo, la donna e il bambino si accinsero a degustare quella prelibatezza. Sbocconcellarono tutti quasi in silenzio, gustandosi quel vasetto e quel pane senza quasi parlare. “Si, è venuto bene”, disse l’uomo interrompendo il lungo silenzio, “spero sia piaciuto anche a voi” aggiunse, rivolgendosi poi agli ospiti che, ovviamente, annuirono con il capo, visto che erano entrambi ancora impegnati a masticare e gustare quella prelibatezza con la lingua. Mariano ruppe quel momento di idillio bucolico… e chiese con una voce che era a suo tempo indagatrice ma anche ingenua: “Ma chi… cosa siete?” Ci fu un attimo di pausa con il dubbio, per Mariano, di aver detto una cosa sconveniente. “Non siamo vivi, non siamo morti”, replicò con grande serenità l’uomo contadino. Anna strabuzzò un attimo gli occhi. “Non devi stupirti”, disse la donna davanti a lei, “Le cose stanno così”. Mariano riprese: “Ma avete contatti con l’esterno, con ciò che c’è dall’altra parte…” “Riusciamo in qualche modo a vendere i nostri prodotti e ad avere ciò che ci serve, abbiamo alcuni corrieri, non so come spiegarlo meglio, chiamiamoli così, che ci permettono di avere quelle cose che qui mancano” concluse la donna. Mariano e Anna si guardarono con complicità. Lui disse a lei, e già sapeva che lei sarebbe stata d’accordo: “Forse sarebbe meglio stare qui…”
© Mariano Froldi – @MarianoFroldi
Questa è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, istituzioni, luoghi ed episodi sono frutto dell’immaginazione dell’autore e non sono da considerarsi reali. Qualsiasi somiglianza con fatti, scenari, organizzazioni o persone, viventi o defunte, veri o immaginari è del tutto casuale.
Mariano Froldi | Autore e Podcaster
Info@marianofroldi.it