Persa nei millenni, nella sabbia del tempo composta da infiniti granelli, si tramanda la leggenda che vuole i gatti, soprattutto quelli neri e grigi, portatori di poteri magici. La loro energia positiva, come uno scudo, si riverserebbe negli ambienti in cui è presente un’aura negativa, allontanandola per se stessi e per coloro che li hanno adottati. I gatti, come catalizzatori e spugne, sarebbero anche capaci di eliminare o lenire malattie e sofferenze. Dal libro di Barban, antico guru indosardoligure… Dracula era un bastardino nero. Aveva circa un anno di vita. Si era ben allungato ed aveva un fare trotterellante da modella.

Come solo i gatti sanno. Aveva una curiosa macchia bianca all’altezza del petto e delle zampette anteriori. Lo faceva sembrare comico: un pinguatto. Spesso si allontanava per ore e curiosava fra alberi e pietre e terra. Aveva la fortuna di vivere in una grande campagna. Il suo padrone, un single incallito, ultrasessantenne, insegnante di lettere prossimo alla pensione, aveva una grande ed inevitabile passione per i libri, i film, i fumetti. E i gatti. Niente moglie né figli. Non aveva mai funzionato con le donne.

Dopo un po’ il rapporto andava in crisi. Di norma lo lasciavano loro, stanche del fatto che lui non desse loro le attenzioni che pensavano (giustamente o no, dipende dai punti di vista) di meritare. Da giovane il nostro se ne era fatto un cruccio quasi da impazzire, ed aveva alleggerito le sue tasche con anni di terapia presso eminenti ed illustri psicoterapeuti.

Alla fine della fiera aveva forse capito meglio come era fatto, ma non aveva trovato soluzione al suo problema “esistenziale”, e giunto alla mezz’età aveva, semplicemente, preso atto del fatto che alcune cose non possono cambiare e non c’è altro da fare che accettarle cercando di dare comunque un senso pieno e profondo alla vita. La conclusione di tutto questo indagare nell’animo umano, e nel suo in particolare, cosa che era stata anche molto dolorosa in certi momenti, l’aveva riassunta in una frase: misteri della vita.

Poco male comunque. Il docente aveva trovato il suo equilibrio praticando una vita con una grande attenzione per la salute fisica, nonostante fosse un amante del buon cibo e di bacco, scrivendo e leggendo libri, insegnando e gustando le tante belle cose della vita che, per fortuna, non mancano. E proprio per questo amava i gatti. E, d’altronde, era in buona compagnia: Poe, Hemingway, Neruda, Baudelaire, Huxley, Kerouac, solo per citarne alcuni. Non sei tu che adotti i gatti. Sono loro che ti adottano.

Che decidono che tu puoi accompagnarli per il loro tratto di vita. Decidono per vie ed affinità misteriose. E’ come se ricercassero una particolare vibrazione. Se quella risuona, allora ti cercano. E ti trovano. Rimbo albergava sonnacchioso e placido già da dieci anni in quella casa. Ma non si trattava di vecchiaia o delle malattie (che pure aveva). Era sempre stato così. Placido. Zen.

Di uscire fuori lo faceva solo per una quieta passeggiata giusto per sgranchirsi le ossa. E poi ronfava sempre. Era anch’egli un incrocio. Un certosino imbastardito, con quel classico grigio spettacolare e con una macchia bianca proprio sullo sterno. La sorella del nostro insegnante lo aveva pregato, salmodiando pure in turco, perché se lo prendesse in casa.

E’ una cosa che a dirla sembra sempre un poco assurdo, ma è totalmente vera; cioè c’era anche una certa urgenza nelle “prefiche” pro Rimbo, perché il poverino veniva… sodomizzato da tutti i gatti del quartiere, nel pianerottolo della casa dei genitori! E quante volte la sorella ed il fratello minori del professore avevano dovuto ricoverare il poverino, agitando furiosamente manici di scopa in alto e urlando per allontanare i randagi delinquenti che infierivano sull’indifeso bastardino.

E così, il nostro, intenerito dalla storia tragicomica e dal musetto dolcissimo del micino, oltreché, naturalmente, dalle amorevoli insistenze della sorella a cui, naturalmente, non avrebbe mai potuto dire di no… se l’era portato in casa. Rimbo aveva la FIV, l’aids felina. Si era scoperto quando era stato portato dal futuro padrone dal veterinario del paese per verificare lo stato di salute di Rimbo. Il medico l’aveva presa sul personale. Giorgio Barzaglietti, rotondetto, capelli radi ricci, occhi celesti come pochi e gran virtuoso della chitarra elettrica, oltreché valente veterinario, non credeva ai suoi occhi e non se ne capacitava. 

Ascolta il racconto in versione podcast!

Si trattava solo di una serie di analisi di routine e il gatto era bello in forma… era così dispiaciuto che il micino avesse la FIV… sembrava quasi che la sentisse come una colpa, lui che non c’entrava niente… “Cosa significa esattamente che ha la FIV?” Chiese il neo-padrone. “Beh, è la cosiddetta immunodeficienza felina… hai presente cosa accade con una persona sieropositiva no? Può successivamente avere l’Aids conclamato oppure può continuare la sua vita più o meno normalmente. Per i gatti la cosa è un poco peggiore, nel senso che se asintomatici possono condurre comunque una vita normale, e questo è il caso di Rimbo, però la loro aspettativa di vita media secondo alcuni studi è di appena cinque anni.

Tuttavia posso dirti, anche per esperienza diretta che i gatti asintomatici abbiano una vita molto vicina a quella dei gatti normali; ovviamente devono restare a casa ed evitare per quanto possibile contatti con altri gatti, a meno che non instaurino, come posso dire, rapporti pacifici, perché essendo immuno-depressi lo stress potrebbe dare loro problemi; e poi ovviamente devono essere controllati periodicamente, vaccinati e così via …” “Come se la può essere presa?” “Può essere nato già sieropositivo, oppure il virus gli può essere stato trasmesso da altri gatti…” “Plausibile, visto quello che mi ha raccontato mia sorella…” “Comunque, ti ripeto credo potrebbe vivere anche una vita quasi normale, soprattutto in qualità e durata…” “Ok, capit!”

Replico il professore tagliando corto, prima di portasi a casa Rimbo. L’origine del nome è curiosa… era nato per una presa in giro… poiché il micio sembrava un poco rimbambito, il padrone ne aveva fatto un nome: Rimbo. Forse non sarà stato il più bello dei nomi, ma certamente era originale… Però Rimbo non era stato poi così rimbambito. Non aveva avuto particolari problemi di salute, se si eccettua l’obesità. Era goloso e si muoveva poco. Risultato assicurato. Inoltre, aveva queste zampe grosse ma tozze e quasi sottodimensionate rispetto al corpo, così come la coda. Come un incrocio fra un gatto e un bassotto. Un Gassotto.

Il che, considerando il pancione che aveva messo su in pochi anni lo faceva sembrare, soprattutto quando si addormentava nelle pose più assurde e sbilenche, davvero comico. E poi… ronfava, quasi peggio di un cristiano. E con pose che non potevano certo essere classificate far quelle classiche dei felini. Dracula si acciambellava che era una meraviglia e tanti saluti. Rimbo si piazzava davanti alla stufa accesa e poi si rotolava due o tre volte avanti e indietro sino a quando non si addormentava così, stirato, con la pancia enorme in alto, e il musetto spiaggiato sul pavimento. Tanto che, le prime volte, il nostro professore, che aveva un udito finissimo, si era pure un poco spaventato non sapendo da dove proveniva quello strano e inconfondibile brontolio.

E poi, tirava certe caloffe da far scappare dalla stanza per la puzza. Quando il padrone accendeva la stufa a gas, sempre quella, non si sa perché Rimbo con le zampe andava a toccare la fiammella del piezoelettrico e poi se le leccava. Sembrava una cosa buffa, ma in pratica quello lì ogni volta si procurava alle zampette micro scottature. Solo che pareva non interessargli granché. Una volta, strusciandosi contro il pannello bello arancione della stufa aveva fatto andare a fuoco i peli della coda, tanto che il padrone, spaventatosi non poco per la puzza inconfondibile di carne di suino bruciata e pensando che Rimbo si fosse ustionato, provvide istantaneamente a prendere un bicchiere d’acqua e a buttarlo sulla coda. Il micione si spaventò, più che altro per l’acqua che gli finiva addosso. Il giorno dopo il padrone comprò una rete metallica per creare una barriera onde impedire al gatto di andare a fare i suoi comodi davanti alla stufa. Allora quello lo trovavi ogni tanto, completamente in stato comatoso con la pancia all’aria, appena sotto la stufa, a crogiolarsi con il calore.

Come s’è detto Dracula era arrivato dieci anni dopo. Dopo le prime settimane critiche, fra sbuffi e ringhi minacciosi, dove quasi sempre le aveva prese Dracula, avessi visto che pattate gli tirava Rimbo, ed era una sfida impari, avevano trovato il loro modus vivendi, e non si rompevano, più di tanto, le palle a vicenda. Dracula si era fatto vivo per la prima volta durante una notte da tregenda. Quelle notti assurde e ventose che trovi solo nelle isole, con tuoni e fulmini da paura, che è meglio se stai rintanato in casa, lontano dalle linee elettriche tese sui pali in alto o dentro l’auto, che pare sia il mezzo più sicuro in mezzo ad una tempesta “elettrica”.

Il suo quasi-padrone, che ancora non sapeva di essere stato scelto, aveva sentito un insistente miagolio poco lontano dal soggiorno. Incuriosito era uscito sull’ampio piazzale, aveva acceso la luce della grande tettoia e, mentre diluviava, si era trovato davanti quel frugoletto che aveva una fame inaudita e che si era nascosto sotto una delle gomme posteriori della berlina del quasi padrone. Solo gli occhi gialli come l’oro avevano fatto capire, oltre al miagolio, che lì nel buio c’era un micino. Il nostro si era intenerito e si era dato dello sciocco. Ed era rimasto “fregato”. Aveva tirato fuori un piatto di plastica, aperto una scatoletta di tonno al naturale e gliel’aveva messa a pochi metri dallo scalino della porta d’ingresso della magione. La tettoia riparava ampiamente l’area.

E lo aveva osservato mentre quello, piano piano, vinceva la sua naturale e un pò finta ritrosia avventandosi sul tonno, che sicuramente gli sembrava la fine del mondo. I gatti non amano pegni veloci: vogliono contrattare come i venditori del Suk che si offendono se non si gioca con loro mentre ti offrono del tè alla menta. Poi, il giorno dopo il micio si era ripresentato, e allora questa volta il single aveva messo il piattino dentro la porta. E il giorno dopo ancora lo aveva fatto accomodare in casa. Gli aveva preparato una cuccia di fortuna con del cartone e delle vecchie coperte di lana. Nell’arco di una settimana Dracula si era trovato una cuccia nuova in soggiorno, la pappa ogni santo giorno, acqua pulita, lettiera profumata alla lavanda e coccole.

Ricambiava facendo le fusa appena il padrone lo guardava e gli toccava la testa. Ogni tanto provava a parlare con il padrone, ma quello non capiva. Quando il padrone non c’era e lo lasciava dentro, lui si metteva sopra l’enorme frigorifero, bello al caldo, e da lì “proteggeva” la casa. Perché se anche il sonnacchioso Rimbo avesse voluto, e non voleva, difficilmente avrebbe potuto, con quella mole, essere un pericolo per qualcuno, se non per se stesso. Dracula e Rimbo rispondevano quasi sempre al richiamo del padrone. I gatti sono così: non amano essere paragonati ai cani che sbavano appena il padrone li fissa.

I gatti ogni tanto si fanno i fattacci loro, perché vogliono rimarcare la loro alterità e alterigia. Chissà dove vagano quando mancano la notte, chissà dove si addormentano e cosa sognano prima di ripresentarsi nella loro casa, all’alba. Il padrone stava male. Si era beccato una pesantissima influenza che non ne voleva sapere di passare. Si era dimenticato di vaccinarsi e malediva se stesso, ipocondriaco come pochi, per quella sciatteria che ora gli spaccava le ossa, i muscoli, i polmoni. Si malediva per l’arsura della gola e le labbra screpolate. Ma, soprattutto, era la testa quella che lo lasciava senza tregua.

Non che non ci fosse abituato alle cefalee. Vuoi per la postura, vuoi per l’altezza (era quasi un metro e novanta), vuoi per la vita sedentaria, sin da ragazzo aveva sofferto di atroci mal di testa che partivano quasi sempre dal collo. Ne vuoi controlli, centri cefalee, radiografie per le cervicali, risonanze magnetiche con contrasto, Tac, doppler per vedere se ci fossero problemi circolatori verso il cranio. Nulla di nulla. Certe malattie sono legate alla familiarità. La madre del nostro aveva sofferto di mal di testa per tutta la vita. Quando le venivano sembrava quasi vaneggiare dal dolore. Il nostro ipocondriaco aveva però, per fortuna, un farmaco elettivo, un vero e proprio toccasana, il Diclofenac che gli toglieva, se preso in tempo, e questo era il segreto, come gli aveva spiegato il neurologo, cioè appena all’insorgere dei primi dolori, quasi totalmente le cefalee. Però questo dolore qui, quello di cui stiamo parlando ora, lo faceva semplicemente impazzire: era come se qualcosa gli trapanasse le tempie ma non solo, anche fronte e nuca. Come se un tubo enorme rovistasse lì, fra la sua materia grigia con una sadica mano che rimestava lì dentro in continuazione. Nulla lo faceva stare meglio. Nulla.

Aveva pure preparato una borsa per il ghiaccio e se l’era messa sulla fronte. Un minimo sollievo. Ma c’erano dei momenti in cui neanche riusciva a ricordarsi come si chiamava… Non aveva voglia di mangiare da giorni, voleva solo stare a letto e chiudere gli occhi. Giusto un pochino d’acqua ogni tanto, che gli sembrava un brodo dal sapore schifoso. La bocca aveva un sapore indefinibile, asciutto e mefitico. La lingua sembrava raspare fra quella bocca asciutta come una lisca. Il medico era rimasto sorpreso dalla ferocia di quell’influenza; andandolo a visitare gli aveva anche consigliato un ricovero precauzionale. In cuor suo aveva paura che si trattasse di meningite, ma non lo aveva detto al paziente per paura che quello andasse ancora di più in ansia e preoccupazione.

Se la febbre avesse continuato a persistere il giorno dopo, si era appuntato di andare nuovamente a visitarlo, avrebbe fatto la classica “manovra” per vedere se c’era un intorpidimento occipitale e in quel caso lo avrebbe fatto ricoverare. Tra l’altro in quel freddo e piovoso dicembre, nel giro di una sola settimana due anziani se ne erano andati a causa della febbre e non bisognava mai sottovalutare i sintomi. Dracula, dopo che il medico se ne era andato e dopo che il padrone si era ributtato a letto digrignando i denti per la febbre e il dolore, si acquattò sotto il letto ed attese con calma. Lo stesso fece Rimbo, certo con molta più fatica per via della pancia, quasi che i due si fossero messi d’accordo. Il padrone stava troppo male per accorgersi di loro. Il febbrone lo faceva stravagnare, come dicevano da quelle parti… che vuol dire stralunare. Dracula attese il momento opportuno, quando il padrone riuscì a prendere sonno.

Si era preso non so quante tachipirine ma nonostante ciò la febbre non ne voleva sapere di calare. Il sonno arrivò, chimico e tossico, per sfinimento: sudava copiosamente e dormiva parlando a vanvera e agitandosi. I mici uscirono da sotto il letto. Dracula si mise dalla parte in cui il padrone aveva reclinato la testa, fece un gran balzo e si mise, anzi si curvò sulla nuca del padrone, seguendone la forma. Poi con delicatezza allargò le zampe come i raggi di una ragnatela e toccò con la pancia delle dita, tecnicamente i cuscinetti digitali, la fronte madida di sudore e le guance del padrone.

Mise il musetto a contatto con i radi capelli, più o meno al vertice della testa. Dopo pochi secondi di quella curiosa posa, cominciò a vibrare fortissimamente, e la cosa durò per parecchi minuti. Era come se Dracula fosse scosso dall’elettricità, ma non vi era alcun cavo li attorno, nulla a contatto diretto con l’energia elettrica. Vibrava e i peli neri erano irti come aculei, ma continuava a restare lì piantato e, soprattutto, senza usare le unghie. Le pattine piccole pressavano la testa del padrone. Le pattone di Rimbo, invece, che s’era messo all’estremità opposta con la sua mole pesante, sembravano quasi toccare i piedi del padrone. E anche Rimbo, pur nel suo modo goffo, vibrava come scosso dalla corrente elettrica. Pure il pancione, come un tamburo ben teso, sembrava animato da vita propria. Dopo un pò il padrone sembrò avere un respiro meno affannato e pesante, più leggero, più normale.

Ad un certo punto Dracula, come uno straccio, si lascio andare e si acciambellò a fianco del padrone. Era caduto in un sonno pesantissimo anche per un gatto. Rimbo divenne un’enorme virgola e si acciambellò invece sul fianco del padrone, ronfando decisamente più del solito. La sveglia suonò presto, alle sette. L’insegnante si era dimenticato di toglierla dallo smartwatch, e di toglierle quest’ultimo dal polso. Vibrava con ritmo dolce accompagnato da una musica rilassante. Fuori albeggiava. La prima luce del sole penetrava a fatica dalle persiane ma, nella stanza buia, ci si vedeva chiaramente: raggi sottili e ristoratori la illuminavano. Il padrone aprì gli occhi. Era così stanco… però si sentiva finalmente sfebbrato. Una sensazione bellissima. Si sentiva tornato alla vita ed una nuova energia sembrava rasserenarlo. Non vedeva l’ora di alzarsi, farsi una bella doccia, prepararsi un tè bello forte e intenso, con una spruzzata di limoni della sua terra. Finalmente. Dopo una settimana che era sembrata eterna. La teiera comprata da Biagio l’elettrotecnico una decina di anni prima era un portento. Sembrava un’acquario per pesci rotondo e al centro aveva uno stelo sottile al vertice del quale si metteva il tè sfuso o le bustine, poco cambiava. Una cosa di una semplicità estrema che preparava una vera infusione e si staccava da sola.

Giusto due cucchiaini di zucchero per una bella tazza calda che, dopo la spremuta a mano dei limoni DOC portava il colore del tè da un marrone scuro ad un giallo brillante. Ora che con il pensiero si sentiva leggero, pensò subito a quelle piccole cose che addolciscono il risveglio dalla piccola morte che è il sonno. Con la mano sinistra sfiorò l’abatjour, che si accese con il sensore di prossimità e illuminò, come sempre, un crocefisso stilizzato che le stava appeso poco sopra. Il professore era molto legato a quel crocifisso, non tanto perché credente, ma perché glielo aveva regalato, in gioventù, un caro sacerdote amico, che poi se ne era andato con un’emorragia cerebrale in poche ore. Si girò, e si accorse che Dracula era al suo fianco, acciambellato. Lo fissava e gli mancava solo la parola per quanto intensamente lo faceva. E gli faceva le fusa. FRRR FRRR FRRR Rimbo, con i suoi soliti grandi occhioni, lo guardava un metro distante, con fusa un poco dissimili. PFRRRR PFRRRR PFRRR Il padrone sorrise. Quei birbanti mi devono aver colto di sorpresa, pensò fra se e se. Si girò, in modo tale da avere Draula faccia a faccia e gli massaggiò la piccola testa. Dracula gli prese con le patte anteriori le dita.

Sembrava quasi accarezzarle e gli lecco con la lingua rasposa le dita. Rimbo sembrò un poco contrariato, e goffamente si avvicinò al padrone, allontanando con la sua testa quella di Dracula, per prendersi la sua dose di coccole. FRRR FRRR FRRR PFRRR PFRRR PFRRR Dracula si stirò ben bene, mettendo la colonna vertebrale a punto di domanda al rovescio e poi si buttò fuori da letto con uno slancio agile, cadendo però leggermente sbilenco. Riguardò il padrone e miagolò. Rimbo, che come al solito era di poche parole, si lascio scendere a corpo morto dal letto, tipo slitta. E si mise anche lui a miagolare. Avevano, Rimbo e Dracula, e per chissà quali arcane fatiche molta, molta fame.

 

© Mariano Froldi 

Questa è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, istituzioni, luoghi ed episodi sono frutto dell’immaginazione dell’autore e non sono da considerarsi reali. Qualsiasi somiglianza con fatti, scenari, organizzazioni o persone, viventi o defunte, veri o immaginari è del tutto casuale.

Mariano Froldi | Autore e Podcaster

Email

Info@marianofroldi.it

Per Aspera ad Astra